Nessun futuro nella UE: verso il 25 marzo

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60 ANNI DI UNIONE EUROPEA. NESSUN FUTURO PER I GIOVANI

Oggi negli atenei di Bologna, Roma e Torino è stata rilanciata la manifestazione di Eurostop del 25 marzo contro UE, Euro e NATO.

Proprio oggi presso la sede di Scienze Politiche dell’Unibo si svolgeva uno dei tanti incontri di propaganda ideologica sulle opportunità per i giovani nell’UE. Abbiamo voluto portare anche noi qualche contributo, abbiamo ricordato il prodotto delle politiche economiche sui giovani dei paesi della fascia mediterranea, una realtà costantemente calpestata dalla retorica di istituzioni come le nostre Università. Per questo abbiamo simbolicamente attaccatto a terra quei numeri e quei fatti costantemente messi sotto i piedi.

Alla guerra dall’alto verso il basso che l’intera classe dirigente europea sta perpetuando dalla firma dei Trattati di Roma ad oggi, dopo l’accelerazione impressa con il passaggio Maastricht, opponiamo la nostra ostilità all’Unione Europea, nel segno della solidarietà di classe e dell’internazionalismo.

Le iniziative verso il 25 marzo proseguono: Questa sera Assemblea e Pullman Verso il 25 Marzo; Domani Infopoint @UniBO – Verso il 25 Marzo: NO UE, NO EURO, NO NATO.

 

+++ Di seguito il testo del volantino distribuito ai tanti studenti interessati +++

60 ANNI DI UNIONE EUROPEA,
NESSUN FUTURO PER I GIOVANI

Il 25 marzo si celebrano i 60 anni dei Trattati di Roma: non c’è davvero niente da festeggiare!

Arriviamo a queste celebrazioni dopo anni in cui le politiche di austerità promosse dall’Unione Europea hanno portato solo impoverimento e disoccupazione per le classi popolari. La componente giovanile delle periferie europee è stata colpita con particolare violenza. In Italia la disoccupazione giovanile è letteralmente esplosa, arrivando a sfiorare il 50 per cento, per poi rimanere stabilmente intorno al 40 per cento. Anche chi lavora si trova spesso in lavori precari e malpagati (passati i voucher si inventeranno qualcos’altro), per non parlare poi di chi è costretto a lavorare gratis, fra tirocini “formativi” e la nuova alternanza scuola-lavoro. La situazione è analoga negli altri paesi della periferia europea: l’Italia, insieme al Portogallo, la Spagna e la Grecia si trova in fondo al “Young Workers Index”, che misura le prospettive economiche per i giovani dei paesi OCSE.

Non sorprendentemente l’emigrazione dal Sud verso il Nord Europa durante la crisi è cresciuta in maniera esponenziale. Più di 400.000 greci, in maggioranza giovani e con alti livelli di istruzione, hanno lasciato il loro paese negli ultimi anni, sotto la spinta di una disoccupazione giovanile che tocca il 50%, mentre in Italia l’emigrazione dal 2006 al 2016 è aumentata del 55 per cento, e oltre un terzo sono giovani under 34. Questi dati non riflettono qualche sfortunato “effetto collaterale” di politiche “sbagliate”, ma sono invece coerenti con una strutturazione dell’Unione Europea che vede un centro produttivo e una periferia che in misura crescente fornisce una manodopera qualificata a basso costo, in un contesto di generale precarizzazione del mondo del lavoro in linea con i vari dispositivi nazionali quali Plan de Trabajo, Loi Travail, Jobs Act, Piani Hartz, ecc. che creano un panorama uniforme di attacco ai diritti sociali in tutto il continente. Una piano di involuzione sociale voluto e programmato da istituzioni non elette, nell’assordante afasia di palazzi vuoti come il Parlamento europeo.

Contemporaneamente, tramite il ricatto giuridico costantemente pendente sulla testa dei migranti, i governi europei hanno trovato un valido strumento in favore delle multinazionali bisognose di manodopera disposta a salari da fame, contro cui si rigetta il risentimento popolare di ceti sociali impoveriti e bombardati dalla propaganda mediatica dell’utile opposizione delle destre eurofasciste. Le istituzioni comunitarie e un ceto intellettuale connivente spendono molte energie per mascherare questa realtà, ma nulla a confronto delle ingenti spese a suon di miliardi di euro volte a contenere i migranti in arrivo nello spazio comune, come nel caso dell’accordo liberticida con la Turchia o del più recente con la Libia. Il Mediterraneo è un cimitero a cielo aperto, ma questo certamente non turba i sonni di chi implementa politiche nel segno dell’austerità in casa e della guerra alle porte, con evidenti complicità con formazioni dell’Islam radicale in Medio Oriente o neonaziste come nel caso ucraino.

Il voto al referendum costituzionale di dicembre ha mostrato chiare componenti generazionali e di classe. A rifiutare la riforma costituzionale proposta dal governo è stata prima di tutto la working poor generation: sono stati i giovani, i disoccupati e i lavoratori a basso reddito. Adesso è il momento di continuare a lottare per conquistarci il diritto a restare.

Alla guerra tra poveri opponiamo la nostra ostilità all’Unione Europea, nel segno della solidarietà di classe e dell’internazionalismo.

SABATO 25 MARZO saremo a Roma per contestare chi ci nega il futuro: h 14 @ Porta San Paolo