Alternanza scuola-lavoro: dal ricatto alla violenza

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Da mesi ormai è noto a tutti cosa implica il percorso della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” previsto dalla legge 107: centinaia di ore sottratte allo studio per gli studenti dell’ultimo triennio delle scuole superiori per lavorare gratuitamente presso aziende ed enti pubblici. Un’attività, è bene ricordarlo, resa obbligatoria ai fini del conseguimento del diploma di maturità: al datore di lavoro (o a un suo referente/tutor aziendale) spetta infatti il compito di valutare la prestazione fornita dagli studenti e le “competenze” da essi acquisite: in sintesi, un vero e proprio percorso di educazione alla precarietà, allo sfruttamento e alla rassegnazione di fronte al ricatto cui già da tempo sono sottoposte le fasce giovanili, e l’ennesimo regalo alle imprese, che trovano così la possibilità di utilizzare manodopera a costo zero. Al progressivo svuotamento del ruolo formativo della scuola pubblica, dopo anni di tagli e di austerity, si unisce l’apprendimento coatto del servilismo, una materia che poco ha a che fare con gli obiettivi ditattici e formativi che un’istruzione pubblica degna di questo nome dovrebbe avere.

Come se non bastasse, a tutto questo si aggiunge la violenza, come apprendiamo da quanto capitato a Monza, dove quattro studentesse, alle quali va tutta la nostra solidarietà, sono state violentate dal titolare di due centri estetici presso i quali svolgevano lo stage. Un atto in sé gravissimo, che si carica di ulteriore gravità ricordando che dal giudizio del titolare dipendeva gran parte della valutazione, e quindi l’estito dell’esame di maturità in cui questa è inserita.

Se è questo il grado di totale subordinazione e ricattabilità cui sono sottoposti studenti e studentesse, perfettamente gettati nella “guerra tra poveri” – migliaia di tirocinanti obbligati a lavorare gratis permettono infatti di ridurre notevolmente gli organici e di licenziare chi lavora già in cambio di un pur misero stipendio –, non osiamo immaginare cos’altro possa succedere nel paese in cui più di mille persone muoiono ogni anno sul posto di lavoro, nel paese in cui si è obbligati a scegliere tra l’emigrazione e un futuro fatto di precarietà assoluta e di assenza totale di diritti.

Non avevamo certo bisogno di quest’ultimo orrendo episodio per avere la conferma di quanto l’alternanza scuola-lavoro, spacciata come soluzione “contro la disoccupazione e il disallineamento tra domanda e offerta nel mercato del lavoro”, e come favolosa esperienza grazie alla quale sviluppare “senso di iniziativa e imprenditorialità”, sia in ogni caso, a prescindere dall’effettiva attività svolta dagli studenti, l’ennesimo meccanismo per mantenere la working poor generation sempre più tale.