Migranti, lotte sociali e ricomposizione di classe

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All’interno del capitolo “siamo tutti sulla stessa barca” di cui riportiamo la breve introduzine prima dell’articolo su “Migranti, lotte sociali e ricomposizione di classe” di Mauro Casadio.

Quello dell’emigrazione è per noi uno dei problemi principali che colpiscono le fasce giovanili oggi, in quanto è spesso una scelta obbligata che viene incentivata dalle politiche governative come da quelle comunitarie.

Negli ultimi dieci anni, sono aumentati del 50% gli iscritti al registro dell’AIRE (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) — dato conservativo in quanto non tutti gli emigranti vi si iscrivono; il dato dei cittadini italiani che lasciano il paese continua ad aumentare di anno in anno. A smentire qualunque visione ideologica, proposta dall’avversario di classe, di presunte invasioni in corso, i dati mostrano come il saldo migratorio (ovvero la differenza tra immigrati ed emigrati) ammonti a poco più di 100.000 persone e sia inoltre in costante calo. Citiamo dal rapporto Istat: «Negli ultimi cinque anni, tuttavia, le immigrazioni si sono ridotte del 27%, passando da 386 mila nel 2011 a 280 mila nel 2015. Le emigrazioni, invece, sono aumentate in modo significativo, passando da 82 mila a 147 mila. Il saldo migratorio netto con l’estero, pari a 133 mila unità nel 2015, registra il valore più basso dal 2000 e non è più in grado di compensare il saldo naturale largamente negativo (-162 mila)”»

L’emigrazione dall’Italia ha assunto caratteristiche di massa, come già a cavallo tra Otto e Novecento e dopo la Seconda guerra mondiale; ma rispetto alle due altre grandi ondate migratorie, la composizione di chi lascia il paese presenta importanti differenze. Oltre alla perdurante migrazione di forza lavoro poco qualificata infatti, va segnalata la presenza significativa di laureati, che si aggira intorno al 30% negli ultimi anni ed è in costante e notevole aumento dal 2011. Le destinazioni prescelte — Regno Unito (i dati sono pre-Brexit), Germania e Francia — confermano che è in atto una «diaspora» verso il centro produttivo dell’Unione Europea, che riceve così da un lato forza lavoro non qualificata, più ricattabile e pronta ad accontentarsi di salari inferiori, dall’altro i «cervelli in fuga» dall’Italia e dagli altri paesi della periferia europea, che presentano dinamiche del tutto speculari.

Dobbiamo sottolineare la corrispondenza diretta tra l’emigrazione da un lato e gli scarsissimi investimenti in ricerca e sviluppo e ridimensionamento dell’università e della ricerca dall’altro, il che ci rimanda ancora alla divisione del lavoro tra i paesi nel processo di costruzione del polo imperialista europeo. Va inoltre segnalato che la dinamica migratoria verso il centro della UE si affianca a quella della tradizionale migrazione interna dal Mezzogiorno verso il Nord del paese (che permane); tra le regioni che vedono il maggior numero di partenti, ne notiamo molte settentrionali come Lombardia, Piemonte e Veneto. Si può dire che la «questione meridionale» si sta ridefinendo a livello europeo.

Per tutti questi motivi, per opporci alla retorica che contrappone i migranti agli italiani e che alimenta una guerra tra poveri, indicando nel migrante un capro espiatorio al malcontento sociale, proponiamo l’intervento di Mauro Casadio al seminario nazionale promosso dalla Rete dei Comunisti «Migranti, mercato del lavoro e guerra» nel marzo 2016 a Padova1 e un recente articolo del collettivo di economisti Coniare Rivolta.

Migranti, lotte sociali e ricomposizione di classe

La questione migrante così come si sta caratterizzando in questo periodo si pone al movimento operaio italiano con una complessità nuova per la sua storia, nel senso che ci muoviamo non più su una dimensione nazionale ma addirittura continentale e intercontinentale, dimensione che introduce contraddizioni all’interno della classe lavoratrice che rischiano di diventare dirompenti politicamente ed in parte già lo sono. La scelta di affrontare tale questione con un approccio seminariale dipende appunto dalla coscienza di questa complessità e delle difficoltà oggettive che da questa emergono, ma che sono anche il prodotto di una risposta inadeguata che è stata data in questi anni dalla sinistra e dal movimento sindacale istituzionalizzato a questo fenomeno che ha assunto uno spessore storico.

Gli altri interventi hanno cercato di delineare una analisi più organica possibile delle dinamiche che hanno portato all’attuale situazione. Naturalmente queste non possono essere esaustive o pretendere di rappresentare nel giusto modo la situazione ma, fatta l’analisi, qui è necessario capire se c’è un modo per dare una risposta di classe, se ciò è possibile e non dando per scontato l’esito di un simile tentativo.

C’è un punto di partenza che ci aiuta a ragionare su questo versante, ed è quello che riguarda l’accordo tra UE e Turchia. Un accordo spudoratamente mercantile, in cui si paga un certo prezzo per un certo numero di migranti da accogliere, dopo aver selezionato sulla base dei criteri imposti dall’«acquirente», soprattutto tedesco, chi ha le caratteristiche per essere accolto e chi no. Un accordo non ideologico, del tutto pragmatico che entra in stridente contraddizione con la consueta rappresentazione buonista che viene data della UE negli ultimi anni che, al contrario, è intrisa di ideologia.

Questa entità sovranazionale viene, infatti, indicata come la «patria» dei valori della democrazia occidentale, fautrice di uno stato sociale pubblico (messo in alternativa al liberismo selvaggio statunitense), paladina dei diritti civili ed umani e tutta a favore dell’accoglienza. Una narrazione ideologica, ideologia intesa esattamente come ribaltamento della realtà, prodotta anche a fini ricattatori descrivendo scenari apocalittici in caso di rottura dell’Unione.

La propaganda riguardante lo scontro che c’è stato con il popolo greco, ma avendo come obiettivi anche il resto dei popoli europei, è stata condotta tutta su questo piano. Quella che possiamo definire la «costituenda» borghesia europea, in realtà, sta utilizzando appunto l’ideologia, intesa come visione del mondo, per manipolare i settori sociali, Stati e popoli interi rispetto ad una prospettiva predeterminata dai poteri finanziari, industriali e della burocrazia di Bruxelles.

Anche riguardo al tema dei migranti viene utilizzata ideologia a piene mani. Se andiamo ad analizzare i dati della realtà scopriamo che in Italia ci sono circa cinque milioni di cittadini/lavoratori che sono emigrati e poco più di cinque milioni di stranieri immigrati, il che dice molto sullo stato economico e sociale di questo paese nel contesto dell’Ue. Con la propaganda xenofoba sulla «invasione» viene rappresentato dunque un mondo che non esiste. Per quanto possa esistere una certa competizione, in alcuni comparti, tra manodopera italiana e immigrata, in realtà la forza lavoro italiana è generalmente di carattere «intellettuale» mentre gli immigrati svolgono per la gran parte, anche se hanno titoli di studio equivalenti ai nostri, lavori manuali e dequalificati. Dunque la contraddizione tra lavoratori italiani e immigrati non esiste né in termini quantitativi né in termini qualitativi, se non in contesti limitati.

E’ qui che si gioca il fattore ideologico funzionale ad impedire la ricomposizione del blocco sociale, della classe, del mondo del lavoro, ed è questo il problema principale che dobbiamo affrontare. In questa guerra sono in prima linea gli apparati ideologici costituiti dai mezzi di comunicazione di massa che amplificano le tendenze più razziste e fanno da battistrada a soggetti quali la Lega di Salvini che si candita a svolgere un ruolo simile a quello della Le Pen in Francia.

C’è bisogno di individuare una ipotesi di ricomposizione che a tutt’oggi non esiste; per ora c’è solo una «sinistra umanitaria», fatta purtroppo non solo dalla sinistra moderata, che spesso percorre le stesse strade assistenziali della chiesa cattolica ma che non si pone affatto la necessità della ricomposizione di classe che riguarda sia gli immigrati ma anche i lavoratori italiani i quali vengono cosi esposti alla strumentalizzazione politica. Un intervento «umanitario» che, per certi versi, rischia di diventare l’altra faccia del razzismo, com’è già stato ricordato oggi. E’ evidente a tutti che esiste un problema umanitario fortissimo, ma questo problema viene strumentalizzato sia politicamente per dividere ma anche in termini di gestione e di spartizione dei fondi pubblici. E’ impressionante il proliferare di associazioni, spesso anche di ambito «democratico», che agiscono nel campo dell’immigrazione e che divengono la base per operazioni speculative quali quella che è venuta alla luce a Roma con la vicenda di Tor Sapienza dove la gestione dei migranti era divenuta occasione di lucro per associazioni criminali.

Se è vero che oggi manca tale ipotesi è anche vero che non possiamo permetterci di non agire perché gli esiti di questo processo, che produce un intreccio drammatico di guerra, migrazioni e «terrorismo», non è più controllabile nemmeno dalle classi dirigenti e rischia di ingenerare situazioni del tutto ingestibili. Stanno li a dimostrarlo gli attentati in Europa ma anche l’avventurismo occidentale ed italiano rispetto alla vicenda libica, situazione che coinvolge direttamente il nostro paese che è, sul Mediterraneo, in prima linea.

D’altronde dobbiamo considerare che il tema della migrazione non è affatto nuovo. È un fenomeno che esiste da sempre ed è sempre stato affrontato, in maniere diverse, dal movimento operaio internazionale. Per la loro condizione di debolezza sociale generalmente i lavoratori immigrati sono i più ricattabili dal padronato, quindi più difficilmente riescono a essere coinvolti nelle lotte e spesso il ruolo che hanno avuto è stato quello dei crumiri. Nonostante questa condizione oggettiva ci sono stati episodi di forte lotta di classe compiuti dagli immigrati. Ad esempio dai lavoratori italiani andati negli USA nel primo novecento, così come il ‘69 operaio in Italia ha visto protagonisti gli operai meridionali trasferitisi nelle grandi fabbriche del nord. Questi ultimi venivano fatti assumere nelle fabbriche e nei posti di lavoro nel nord dalle parrocchie collegate alla Democrazia Cristiana, dalle scuole di formazione professionale legate alle imprese, per cui arrivavano ed erano inseriti nel mondo del lavoro già con una ideologia ben definita e subalterna alle classi dominanti. Ma a questa ideologia, a tale visione del mondo, hanno aderito solo fino a un certo punto oltre il quale, grazie anche al fatto che esisteva un movimento operaio organizzato, si è innestata la rottura politica e la ribellione prodotte dal maturare delle contraddizioni complessive in quello scorcio storico.

Così i lavoratori più sfruttati e più ricattabili hanno rotto con la subalternità e cominciato a ragionare come soggetti che potevano rappresentare gli interessi generali acquistando così forza e potere politico oltre che contrattuale; partendo dalle contraddizioni concrete vissute nell’ambiente della fabbrica ma proiettando la loro capacità di orientamento e di egemonia sull’intera società. Io credo che questo sia stato l’unico modo per le classi subalterne per emanciparsi e questo è valido anche per gli «ultimi» nella società attuale di cui la componente immigrata ne è certamente una parte importante.

Il padronato ed i governi degli ultimi venti anni hanno sostenuto una fortissima controffensiva verso il mondo del lavoro ed i suoi diritti senza che ci fosse una risposta di massa e di lotta significativa da parte dei lavoratori perché quello che si è affermata è una visione individualista, specifica, aziendale e non generale. Visione questa incentivata non solo dall’avversario di classe ma delle stesse organizzazioni politiche e sindacali del movimento dei lavoratori che hanno svenduto il proprio patrimonio storico ed abdicato alle proprie funzioni di classe. Affrontare nel contesto sociale attuale la questione della ricomposizione, e conseguentemente anche dei migranti, significa capire in che modo è possibile per le organizzazioni di classe

Del nostro paese predisporsi a percorrere una strada che punti alla rottura non solo sociale ma anche politica con l’assetto attuale che produce sfruttamento diffuso ed ideologia subalterna.

Esistono dei terreni concreti su cui è possibile ipotizzare momenti di lotta unitari che creino le condizioni per affermare riferimenti e punti di vista diversi ed alternativi a quelli predominanti. Ad esempio il contributo che i lavoratori immigrati danno al sistema pensionistico e al bilancio italiano. Questo terreno può fornire la possibilità agli immigrati organizzati di intervenire, in quanto contribuenti, su questi temi e trovare dei punti di contatto e di lotta con i lavoratori italiani sul tema dei servizi, sulla sanità, sulle pensioni. Sapere che i contributi degli immigrati permettono una quota importante del pagamento delle pensioni agli italiani è un dato completamente rimosso sia dall’informazione «mainstream» sia da chi dice di battersi a favore degli immigrati. Un intervento di questo tipo può favorire un processo di ricomposizione basato su interessi materiali che soli possono ribaltare l’ideologia imposta della guerra tra poveri, del tutti contro tutti.

Anche il tema riguardante la casa, che in Italia ha visto fasi in cui il movimento per l’abitare è stato molto forte, è un terreno che può permettere a migranti e italiani di fare fronte comune battendosi, ad esempio, per lo sviluppo dell’edilizia popolare che nel nostro paese si è ridotta all’osso, cioè a circa il 3%, rimanendo alla coda del resto dei paesi europei sviluppati che hanno patrimoni pubblici ben più consistenti. Così come l’ambito della logistica, in cui il conflitto sindacale è molto forte e si sta sviluppando, le vittorie sindacali dei lavoratori immigrati di questo settore di lavoro, peraltro in crescita in tutta Europa, avvantaggia sia questi ultimi che i lavoratori italiani. Questo perché alzando il salario e le tutele impedisce che si abbassi complessivamente il costo del lavoro e dunque riduce la competizione tra lavoratori italiani ed immigrati.

Anche nelle aree metropolitane degradate dove convivono migranti ed italiani, potenzialmente foriere di conflitto interno, si può intervenire contro un degrado che non lascia fuori nessuno. Il punto è cogliere quei momenti unitari che dimostrino che è possibile lottare sulla base delle stesse condizioni materiali, di classe, rifiutando il conflitto razziale. In questo senso è stato significativo l’episodio di Tor Sapienza, che ha avuto una rilevanza nazionale, in cui si è spacciata la falsa informazione, fatta dai soliti mezzi di comunicazione, che i cittadini del quartiere si fossero mobilitati per impedire l’apertura di un centro d’accoglienza. In realtà erano i fascisti e la malavita che creavano ad arte quella situazione di tensione per poter guadagnare sui finanziamenti del comune di Roma. Prima ancora che questi fatti si imponessero alla pubblica opinione con la cronaca giudiziaria i comitati di lotta nel sociale e le forze sindacali come l’USB si sono mobilitati nel quartiere, storico anche per le sue esperienze di lotta per la casa, per non lasciare campo libero ai fascisti e per contrastare il razzismo indotto tra gli abitanti. Intervenire in modo unitario nelle periferie delle grandi aree metropolitane portando avanti le lotte per il risanamento ed i servizi può essere un altro importante terreno di ricomposizione.

Come abbiamo cercato di dimostrare in questo seminario, promosso dalla Rete dei Comunisti, è necessario prendere atto che i grandi sconvolgimenti prodotti dalla competizione globale, dalla conseguente ristrutturazione sociale capitalista e dai processi di guerra in atto ha reso nelle nostre società imperialiste la questione dei migranti un dato permanente e consistente quantitativamente per tutta la fase storica che abbiamo di fronte. E’ un processo strutturale che non può essere affrontato con il «buonismo» della sinistra e dell’associazionismo nostrano ma deve essere oggetto di un lavoro di organizzazione della classe che sappia mettere assieme tutti quegli elementi utili a promuovere la ricomposizione quale presupposto per modificare i rapporti forza nella nostra società. Dunque lo sforzo che noi vogliamo fare è quello di trasformare le analisi In azione politica individuando i terreni concreti di unità e sapendo che questo può essere fatto solo sulla base di una progettualità politica forte che abbia chiara l’importanza della indipendenza dal quadro politico istituzionale attuale e della costruzione dell’organizzazione sociale e politica.

[Di Mauro Casadio, Rete dei Comunisti]

1 Abbiamo trattato in maniera più approfondita la questione dell’emigrazione giovanile nel documento «Immigrazione/emigrazione» — contributo di Noi Restiamo dentro la piattaforma Eurostop sul tema delle migrazioni (http://noirestiamo.org/wp-content/uploads/2017/06/immemi.pdf) — e nel ciclo d’incontri svoltosi all’Università di Bologna «Import / Export — Libero mercato dello sfruttamento», i cui interventi metteremo a disposizione sul nostro blog a breve (http://noirestiamo.org/).